Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di depressione post partum: da un lato perché la consapevolezza cresce, dall’altro perché purtroppo la stigmatizzazione resta forte. Molte persone continuano a minimizzare i segnali o a giudicare chi si trova in difficoltà, con effetti che possono essere devastanti per chi già vive un momento di grande fragilità.
La depressione post partum non è colpa, né debolezza: è una condizione seria che richiede ascolto, riconoscimento precoce e un intervento multidisciplinare. Serve il sostegno della famiglia, il lavoro di psicologi e terapeuti, l’affiancamento di figure sanitarie come l’ostetrica, tutte risorse che insieme possono davvero fare la differenza. Le cronache a volte ci ricordano quanto le conseguenze possano essere gravi se il problema viene ignorato: per questo parlare con chiarezza è fondamentale.
Ho deciso di dedicare a questo tema un contenuto specifico proprio perché circolano ancora troppi falsi miti e informazioni pericolose attorno alla maternità. Nei prossimi paragrafi spiegheremo che cos’è la depressione post partum, come riconoscerne i primi campanelli d’allarme e quali passi intraprendere per chiedere aiuto prima possibile, con gentilezza e senza giudizio.

Cos’è la Depressione Post Partum e come si manifesta
La depressione post partum è un disturbo dell’umore debilitante che insorge durante la gravidanza o nel tempo successivo al parto e che va ben oltre la normale stanchezza o dal cosiddetto Baby Blues, di cui abbiamo già parlato: comporta tristezza profonda, perdita di interesse per le attività quotidiane, ansia intensa, difficoltà a legare con il bambino e, in casi gravi, pensieri intrusivi, suicidari o di completo rifiuto del neonato.
Contrariamente a quanto si pensi, si tratta di un fenomeno che ha una discreta incidenza, anche se le stime variano a seconda dei criteri e degli strumenti usati. Per esempio, a livello internazionale molte fonti indicano una prevalenza attorno a 1 donna su 7 per i disturbi perinatali, mentre indagini italiane più recenti (meta-analisi) riportano percentuali che oscillano in funzione della soglia usata nello screening, ovvero tra l’11% e il 27%.
Quando compare la depressione post partum? Benché il DSM definisca l’esordio periparto come entro le prime 4 settimane dopo il parto, molte organizzazioni cliniche riconoscono che i sintomi possono manifestarsi in qualsiasi momento entro i 12 mesi successivi alla nascita. Questo è il motivo per cui lo screening e l’attenzione devono proseguire ben oltre le prime settimane.
Dal punto di vista comportamentale, le donne con depressione post partum possono mostrare apatia, difficoltà a occuparsi del neonato, insonnia o ipersonnia, calo dell’appetito, ansia marcata e pensieri di inutilità o colpa; questi segnali necessitano di un intervento tempestivo perché il disturbo è trattabile ma può avere importanti ricadute sul benessere materno e sullo sviluppo del bambino se trascurato.
Cause e primi segnali di allarme
Le cause della depressione post partum non sono univoche: spesso è la combinazione di cambiamenti ormonali, stress fisico e psicologico, mancanza di sonno e assenza di supporto sociale a creare un terreno fertile per l’insorgenza.
Dopo il parto, il calo repentino di estrogeni e progesterone, insieme ad eventuali variazioni tiroidee, può alterare l’equilibrio neurochimico, incidendo sull’umore. Allo stesso tempo, la fatica dovuta a notti in bianco, poppate continue, modifiche al ritmo di vita e responsabilità crescenti possono abbattere anche chi non è predisposto a disturbi dell’umore ed è normale sentirsi particolarmente stressate.
Tuttavia, fattori di rischio noti per la depressione post partum includono una storia personale o familiare di depressione, per l’appunto, complicazioni in gravidanza o parto, assenza di rete di supporto, gravidanze multiple o un bambino con problemi di salute.
Ecco i primi segnali di allarme a cui bisogna prestare attenzione, soprattutto se persistono nel tempo e interferiscono con la quotidianità:
- Umore costantemente depresso, malinconia profonda, senso di vuoto o disperazione;
- Perdita di interesse o piacere per le attività che prima davano gioia;
- Difficoltà nel legame con il bambino, senso di distacco o incapacità di provare affetto;
- Insonnia o ipersonnia, stanchezza cronica, calo di energia e motivazione;
- Sensi di colpa, autosvalutazione, vergogna, ansia costante o attacchi di panico;
- Pensieri ricorrenti di inutilità, disperazione, o in casi gravi, idee suicidarie o di far male a sé o al bambino.
Quando questi segnali non sono passeggeri, ma durano oltre due settimane, peggiorano nel tempo o impediscono di prendersi cura di sé e del bambino, è importante non ignorarli, ma parlarne con qualcuno per chiedere aiuto: il partner, la famiglia e, ovviamente, uno psicologo o una figura sanitaria.
Depressione Post Partum: i falsi miti intorno alla maternità
Lungo il percorso della maternità, tante donne si scontrano con una serie di falsi miti che possono diventare veri e propri macigni emotivi. Sono convinzioni dure a morire, spesso tramandate da generazioni o normalizzate dalla società, che fanno sentire la neomamma inadeguata proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di comprensione.
Ti sarà capitato di ricevere o sentire una di queste frasi infelici nel corso della tua vita. Uno dei falsi miti più diffusi è l’idea che “essere madre sia naturale e quindi facile”, come se l’istinto materno bastasse a risolvere ogni difficoltà. La realtà è molto diversa: non si nasce sapendo fare tutto, e non c’è nulla di strano nel sentirsi spaesate. Nessuno ci dà un manuale di istruzioni nel momento in cui il test di gravidanza è positivo.
Altre credenze nocive riguardano l’immagine della mamma sempre felice, grata, radiosa e totalmente appagata dalla presenza del neonato, come si vede nelle locandine pubblicitarie. Questo mito ignora la complessità emotiva del post partum, dove amore, stanchezza, irritabilità e bisogno di spazio personale possono convivere. Pensare che una madre debba annullarsi per i figli è un altro messaggio tossico: il benessere della mamma è fondamentale per quello del bambino. E no, desiderare una pausa, un aiuto o semplicemente cinque minuti di silenzio non è sintomo di debolezza, ma di umanità.
Accanto a questi pregiudizi, esistono poi i falsi miti legati alla depressione post partum: c’è chi la definisce una “fissazione”, una moda, o addirittura un capriccio nato dal fatto che ci si aspettava un “giocattolo”, invece di un neonato con bisogni ed esigenze. Nulla di più lontano dalla verità. La depressione è una condizione clinica seria, che non dipende dalla volontà e non si supera “con un po’ di forza di volontà”.
Liberarsi da queste narrazioni distorte è fondamentale: la maternità non è una gara a mostrarsi invincibili, ma un percorso che merita ascolto, sostegno e rispetto. Non aver paura di chiedere aiuto se ti trovi in difficoltà!
Depressione Post Partum vs Baby Blues: due fenomeni distinti
Baby Blues e depressione post partum vengono spesso confusi, ma si tratta di due condizioni molto diverse, sia per intensità che per durata. Distinguere l’una dall’altra è fondamentale per capire quando serve un supporto specifico e quando, invece, la mamma sta semplicemente attraversando un periodo transitorio legato ai cambiamenti del post partum.
Il Baby Blues, come abbiamo spiegato in un articolo precedente, è estremamente comune: riguarda circa il 50-80% delle neomamme. Compare tra il secondo e il quinto giorno dopo il parto ed è causato soprattutto dai bruschi cambiamenti ormonali, dalla stanchezza e dall’adattamento alla nuova realtà. I sintomi includono pianto facile, irritabilità, sensibilità emotiva e una sensazione di sopraffazione. Tuttavia, la caratteristica principale è la brevità: il Baby Blues tende a risolversi spontaneamente nel giro di pochi giorni o al massimo due settimane, senza bisogno di cure specifiche. In questa fase, ciò che serve davvero è riposo, comprensione e un ambiente che non giudichi.
La depressione post partum, invece, è più intensa e duratura. Può comparire entro poche settimane, ma anche nei mesi successivi. I sintomi includono tristezza profonda, perdita di interesse, ansia marcata, difficoltà nel legame con il bambino, pensieri intrusivi e senso di colpa schiacciante. A differenza del Baby Blues, purtroppo non passa da sola e richiede l’aiuto di professionisti, come psicoterapeuta, ostetrica, e quando necessario psichiatra.
Il punto in comune tra le due condizioni? Entrambe meritano ascolto e rispetto, senza giudizi. Nessuna mamma dovrebbe sentirsi sbagliata perché sta faticando: chiedere aiuto è sempre un atto di forza, mai di debolezza.
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5 pensieri riguardo “Depressione Post Partum: falsi miti e come riconoscerla”