Lo sentiamo dire molto spesso:
“Se i bambini dormono nel lettone con i genitori diventano viziati.”
“Non impareranno mai a stare da soli.”
“Non saranno autonomi, perché resteranno sempre aggrappati ai genitori.”
Ti suonano familiari queste frasi?
Quando diventiamo genitori è normale iniziare a farsi mille domande. Anche su cose che, all’inizio, sembravano semplici e naturali. I figli che dormono con i genitori sono davvero viziati? Stiamo facendo qualcosa di sbagliato? E se gli altri avessero ragione?
La verità è che spesso tutto inizia in modo spontaneo. Il bambino nasce e dorme nella culla accanto al nostro letto. Oppure si addormenta vicino a noi dopo una poppata, perché allattare di notte così è più semplice e permette di rispondere subito ai suoi bisogni.
Poi cresce, e magari si abitua ad addormentarsi tra le coccole dei genitori. In alcune famiglie diventa parte della routine serale, in altre succede solo ogni tanto: quando il bambino sta male, quando ha fatto un brutto sogno, o quando ha bisogno di sentirsi rassicurato.
Ma a questo punto arriva sempre la stessa domanda: stiamo facendo bene o stiamo facendo male a far dormire i nostri figli nel lettone?
Respira. Non esiste una risposta uguale per tutti.
In questo articolo non troverai giudizi o ricette universali, ma una cosa molto più utile: cosa dice davvero la scienza sul sonno condiviso tra genitori e bambini, tra benefici, rischi e indicazioni di sicurezza.

Co-sleeping, room-sharing e bed-sharing: facciamo chiarezza
Quando si parla di bambini che dormono con i genitori, spesso si fa molta confusione tra termini diversi. In realtà esistono tre modalità principali di sonno condiviso, che non significano la stessa cosa: co-sleeping, room-sharing e bed-sharing.
Il termine co-sleeping è quello più generale e indica semplicemente il fatto che genitori e bambino dormano in prossimità l’uno dell’altro. Questa vicinanza può avvenire in modi diversi: nello stesso letto oppure nello stesso ambiente. Proprio per evitare equivoci, oggi le principali società pediatriche preferiscono usare definizioni più precise.
Il room-sharing significa che il bambino dorme nella stessa stanza dei genitori, ma su una superficie separata e sicura, come una culla o un lettino accanto al letto. Questa è la modalità raccomandata da molte organizzazioni sanitarie internazionali, tra cui l’American Academy of Pediatrics, perché permette di mantenere la vicinanza con il bambino riducendo allo stesso tempo alcuni rischi legati al sonno infantile.
Il bed-sharing, invece, indica quando il bambino dorme proprio nello stesso letto dei genitori, condividendo la stessa superficie.
Dietro queste scelte non c’è solo una questione culturale o educativa. Dal punto di vista biologico, i neonati sono programmati per cercare la vicinanza con i genitori: il contatto, l’odore, la voce e la presenza fisica rappresentano per loro un potente sistema di regolazione emotiva e fisiologica. Nei primi mesi di vita il bambino non ha ancora una piena capacità di autoregolazione e la presenza dell’adulto contribuisce a stabilizzare il sonno, il respiro e il battito cardiaco. Ecco perché come ostetrica insegno alle future mamme il valore del babywearing.
Come spesso accade quando si parla di genitorialità, però, anche su questo tema si sono creati due estremi: da una parte chi considera il lettone un errore educativo, dall’altra chi fatica ad accettare il distacco anche quando il bambino cresce e desidera maggiore autonomia. La realtà, come vedremo, è molto più sfumata e richiede di considerare sia i benefici sia i possibili rischi.
Figli che dormono con i genitori: cosa dice la scienza?
Dormire vicino al proprio bambino può avere alcuni vantaggi, soprattutto nei primi mesi di vita. Numerosi studi mostrano che la vicinanza notturna facilita l’allattamento al seno: la madre può rispondere più rapidamente ai segnali di fame del bambino e le poppate tendono ad essere più frequenti, favorendo la produzione di latte e la continuità dell’allattamento. Questo spiega anche perché sempre più ospedali adottano la pratica del rooming-in, lasciando il neonato insieme alla madre per 24h al giorno.
Alcune ricerche suggeriscono inoltre che il contatto ravvicinato tra madre e neonato possa creare una sorta di sincronia fisiologica, in cui ritmo del sonno, respirazione e movimenti tendono a coordinarsi.
La prossimità facilita anche una risposta più rapida ai bisogni del bambino. Il genitore può accorgersi prima di un risveglio, di un disagio o di un segnale di fame, intervenendo tempestivamente. Dal punto di vista emotivo, questo può contribuire alla costruzione del legame di attaccamento e al senso di sicurezza del bambino.
Accanto a questi possibili benefici, la letteratura scientifica evidenzia però anche alcuni rischi, soprattutto quando il bambino dorme nello stesso letto dei genitori. Diverse ricerche hanno infatti collegato il bed-sharing ad un aumento del rischio di morte improvvisa del lattante (SIDS), in particolare nei primi mesi di vita. Le principali linee guida pediatriche sottolineano che il rischio è più elevato quando il bambino ha meno di quattro mesi, è nato prematuro oppure quando nel letto sono presenti cuscini, coperte o superfici morbide che possono ostacolare la respirazione.
Anche la stanchezza dei genitori può diventare un fattore di rischio. L’addormentamento involontario su superfici non sicure, come divani o poltrone, è associato a un aumento significativo degli incidenti legati al sonno infantile.
Infine, alcuni studi segnalano che il sonno condiviso può talvolta rendere più difficile per i bambini sviluppare abitudini di sonno autonome nel lungo periodo, soprattutto se diventa l’unica modalità di addormentamento.
Dormire insieme in sicurezza: cosa raccomandano le linee guida
A prescindere dai nostri sentimenti, la priorità assoluta resta sempre la sicurezza del bambino. Per questo motivo le principali raccomandazioni internazionali, tra cui quelle dell’Istituto Superiore della Sanità, indicano come soluzione più sicura il room-sharing senza bed-sharing, cioè far dormire il bambino nella stessa stanza dei genitori ma su una superficie separata.
Dormire nella stessa stanza, ad esempio con la culla accanto al letto dei genitori, sembra infatti ridurre il rischio di SIDS fino al 50% rispetto al sonno in una stanza separata.
Le linee guida raccomandano inoltre alcune precauzioni fondamentali per ridurre i rischi durante il sonno del neonato:
- Far dormire il bambino sempre a pancia in su;
- Utilizzare una superficie rigida e stabile, come una culla o un lettino omologato;
- Evitare cuscini, peluche, coperte morbide o paracolpi nel lettino;
- Non esporre il bambino al fumo di sigaretta;
- Evitare il bed-sharing soprattutto nei primi mesi di vita, nei neonati prematuri o con basso peso alla nascita;
- Non dormire con il bambino se il genitore ha assunto alcol, farmaci sedativi o sostanze che riducono la vigilanza.
Per questi motivi molti esperti sconsigliano di far dormire nello stesso letto i bambini sotto l’anno di età, fase in cui il sistema respiratorio e neurologico è ancora particolarmente vulnerabile.
Questo non significa che i genitori debbano rinunciare alla vicinanza con il proprio bambino: la prossimità può essere mantenuta in modo sicuro proprio grazie al room-sharing, che permette di allattare, rassicurare e monitorare il neonato durante la notte.
Come aiutare il bambino a dormire nel proprio letto
Con il passare dei mesi, o degli anni, molti genitori iniziano a chiedersi quando sia il momento giusto per aiutare il bambino a dormire nel proprio letto o nella propria stanza. Anche in questo caso non esiste una regola uguale per tutti: ogni bambino ha tempi diversi e l’autonomia nel sonno è un processo graduale.
Quello che può fare la differenza è trasformare questo passaggio in un’esperienza positiva e rassicurante, invece che in una separazione improvvisa.
Coinvolgere il bambino nella preparazione della sua cameretta può essere un primo passo importante. Decorare insieme lo spazio, scegliere le lenzuola o aggiungere piccoli elementi familiari aiuta il bambino a percepire quel luogo come sicuro e accogliente. Alcuni bambini trovano conforto nella presenza di una lucina soffusa, mentre altri si rilassano ascoltando musica dolce o rumori bianchi, che possono favorire l’addormentamento.
La routine serale gioca un ruolo fondamentale. Leggere una storia, parlare della giornata o restare accanto al bambino mentre si addormenta sono gesti semplici che trasmettono sicurezza. Non è necessario allontanarsi immediatamente: molti genitori scelgono di rimanere seduti accanto al letto finché il bambino non si addormenta.
Anche strumenti come baby monitor o radioline possono aiutare i genitori a sentirsi più tranquilli durante la notte, mantenendo comunque una certa distanza.
L’obiettivo non è forzare l’autonomia, ma accompagnarla con gradualità. I bambini non diventano indipendenti perché vengono lasciati soli troppo presto, ma perché crescono in un ambiente in cui si sentono ascoltati, protetti e sostenuti.
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