Rooming-in neonato: cosa significa e perché è raccomandato dall’OMS

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Le donne che hanno partorito negli ultimi anni si sono trovate sicuramente di fronte alla nuova pratica del rooming-in, che in alcuni ospedali viene applicato alla lettera, mentre in altri si lamenta persino un ritardo nel far iniziare l’allattamento al seno.

Interfacciandomi con tante mamme e neomamme, mi è capitato persino di sentire donne considerarla una pratica scorretta, quasi crudele, che costringe la donna a sobbarcarsi di un’ulteriore fonte di stress, dopo aver trascorso travagli lunghi e difficili, interventi dolorosi e notti insonni.

Non mancano poi fatti di cronaca che ci fanno dubitare nei vantaggi stessi delle nuove linee guida, che vedono madri stremate dalla stanchezza, che per una serie di eventi tragici, soffocano il proprio bambino nel sonno.

Come ostetrica sono la prima a promuovere e sostenere il legame madre-bambino fin dai primissimi momenti della nascita, perché sono preziosi sotto tanti punti di vista. Ma è chiaro che bisogna mettere le mamme nelle condizioni di poter accudire i propri figli, tenendo conto del loro equilibrio psico-fisico.

In questo articolo ti spiego in cosa consiste il rooming-in neonato, quali sono i vantaggi che apporta e le criticità su come avviene applicato in alcuni ospedali.

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Cosa significa Rooming-in neonato

Il rooming-in è un modello di assistenza post-parto che prevede la permanenza del neonato nella stessa stanza della madre durante la degenza in ospedale, idealmente per 24 ore al giorno, salvo il tempo necessario per controlli clinici o procedure assistenziali. Questo approccio è raccomandato dalle principali organizzazioni sanitarie internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF, che già nel 1989 lo hanno inserito tra le pratiche fondamentali per favorire l’allattamento al seno e il benessere di madre e bambino.

In termini pratici, il rooming-in inizia spesso già nelle prime ore dopo la nascita: se il neonato è sano e a termine, viene posto a contatto con la madre subito dopo il parto e rimane con lei anche durante il soggiorno nel reparto maternità. Dopo le prime valutazioni neonatologiche, il bambino viene sistemato in culla accanto al letto materno, permettendo alla madre di rispondere direttamente ai suoi bisogni e di avviare l’allattamento quando il piccolo manifesta i primi segnali di fame.

Questo modello rappresenta un cambiamento rispetto alla gestione tradizionale dei reparti maternità. In passato, infatti, i neonati venivano generalmente trasferiti nel cosiddetto “nido”, dove rimanevano sotto la supervisione del personale sanitario e venivano portati alla madre solo negli orari stabiliti per l’allattamento, di solito ogni tre ore. Il rooming-in ha progressivamente sostituito questo sistema proprio per favorire una maggiore continuità di contatto tra madre e bambino e promuovere un approccio più centrato sulla relazione e sui bisogni del neonato.

A partire dagli anni Novanta, la diffusione del rooming-in è stata ulteriormente sostenuta dalla Baby-Friendly Hospital Initiative, un programma internazionale promosso da OMS e UNICEF per migliorare l’assistenza alla nascita e sostenere l’avvio dell’allattamento materno. 

I benefici del Rooming-in secondo le evidenze scientifiche

Numerosi studi condotti negli ultimi decenni hanno evidenziato che la permanenza del neonato nella stessa stanza della madre subito dopo il parto produce benefici rilevanti sia dal punto di vista fisiologico sia relazionale. La vicinanza continua favorisce infatti l’instaurarsi del cosiddetto bonding, il processo di attaccamento precoce tra madre e bambino che contribuisce alla stabilità emotiva del neonato e alla sicurezza della madre nella gestione delle prime cure.

Uno degli effetti più documentati riguarda l’allattamento al seno. La possibilità di tenere il neonato accanto a sé consente alla madre di riconoscere rapidamente i segnali precoci di fame e di allattare “a richiesta”, senza attendere orari prestabiliti. Questo comporta poppate più frequenti nelle prime ore e nei primi giorni di vita, uno stimolo fondamentale per l’avvio della produzione di latte e per il mantenimento dell’allattamento esclusivo. Per questo motivo il rooming-in è incluso tra i Dieci passi per il successo dell’allattamento al seno promossi anche da Save The Children.

Dal punto di vista fisiologico, il contatto ravvicinato e il frequente pelle-a-pelle contribuiscono anche alla stabilizzazione delle funzioni vitali del neonato, come temperatura corporea, respirazione e ritmo cardiaco. Alcune ricerche indicano inoltre che questa pratica può ridurre il pianto del bambino e facilitare l’adattamento alla vita extrauterina, rendendo la transizione dal grembo materno all’ambiente esterno meno stressante.

Anche per la madre sono stati osservati effetti positivi. Il contatto precoce e prolungato con il neonato è associato a una maggiore fiducia nelle proprie capacità di cura e, secondo alcune evidenze, può contribuire a ridurre il rischio di difficoltà emotive nel periodo post-partum. 

Quando il Rooming-In viene applicato male e fa danni

Nonostante i benefici ampiamente documentati, il rooming-in può trasformarsi in un’esperienza difficile quando viene applicato senza il supporto necessario alla madre. Il principio alla base di questa pratica è semplice: favorire il contatto continuo tra madre e neonato per sostenere l’allattamento, la regolazione fisiologica del bambino e la costruzione del legame precoce. Tuttavia, perché funzioni davvero, la madre deve essere messa nelle condizioni di prendersi cura del proprio bambino in sicurezza.

Dopo il parto, soprattutto se cesareo o complicato, molte donne si trovano in una situazione fisica e mentale estremamente delicata. Possono avere punti dolorosi, difficoltà a muoversi, stanchezza profonda o effetti residui dell’anestesia. In queste condizioni, restare da sole con il neonato per molte ore senza assistenza adeguata può diventare fonte di forte stress. In alcuni casi, la fatica estrema e la privazione di sonno aumentano il rischio di episodi pericolosi, come l’addormentamento involontario con il bambino tra le braccia o nel letto.

Il problema, quindi, non è il rooming-in in sé, ma il modo in cui viene organizzato. Se non è previsto un sostegno concreto e reale, che sia da parte del personale sanitario o della presenza del partner, la madre rischia di sentirsi abbandonata proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di aiuto. Il risultato può essere un crollo emotivo, senso di inadeguatezza o difficoltà nell’avvio dell’allattamento.

Il rooming-in funziona quando è accompagnato da assistenza reale: qualcuno che aiuti la madre ad alzarsi, a posizionare il bambino al seno, facendo anche un minimo di formazione, a riposare quando necessario. In altre parole, il contatto continuo tra madre e neonato dovrebbe nascere da una condizione di sicurezza e sostegno, non da una prova di resistenza fisica e psicologica.

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Pubblicato da Ostetrica Roberta

Ciao, sono Roberta Nonni ex infermiera e ostetrica, specializzata nella rieducazione del pavimento pelvico con Master universitario. Ho partecipato a numerosi corsi di approfondimenti sul tema del trattamento del dolore pelvico cronico attraverso vari approcci. Collaboro con osteopati e nutrizionisti per offrire alla paziente un approccio a 360 gradi. Mi occupo di gravidanza, corsi preparto, assistenza al parto, assistenza all'allattamento (con particolare attenzione a dolore all'attacco e scarsa crescita), svezzamento, babywearing. Contattami per prenotare una visita!

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