Nella società di oggi il dolore, che sia fisico o psicologico, è visto come esperienza totalmente negativa: siamo bombardati costantemente da feedback positivi, le critiche vengono etichettate subito come qualcosa da silenziare, non appena avvertiamo un malessere, prendiamo pillole su pillole.
In sostanza, siamo passati dall’accettazione totale del dolore personale, inteso come elevazione spirituale, a respingerlo totalmente, in quanto viene visto come fallimento personale e un ostacolo alla crescita.
Come ostetrica, sono rimasta molto colpita dalla recente lettura del saggio “La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite” di Byung-Chul Han, che spiega questo fenomeno nella società moderna. Questo perché mi ha spinta a riflettere anche sul dolore del parto naturale, che si cerca sempre di sopperire del tutto, senza pensare alla sua reale funzione biologica.
Ma è giusto cercare sempre la strada della non-sofferenza? Il dolore del parto naturale può essere effettivamente utile per la madre? Ha senso perseguire una vita senza il minimo dolore? Mi rendo conto che si tratta di domande provocatorie, ma in questo articolo vorrei cercare di analizzare la filosofia di Byung-Chul Han dal punto di vista ostetrico.
La visione del dolore: da esperienza formativa a fallimento da eliminare
Nel corso della storia, il dolore non è stato sempre considerato il nemico da sconfiggere. Nelle culture premoderne, il dolore aveva un significato profondo: era esperienza formativa, conditio sine qua non per comprendere i limiti, rafforzare la resilienza e sviluppare una visione più matura del proprio corpo e della vita.
Nelle tradizioni religiose, la sofferenza era spesso intrecciata alla dimensione spirituale: la croce, il digiuno, le penitenze, le prove ascetiche erano modi per avvicinarsi alla trascendenza, purificarsi o acquisire maggiore consapevolezza. In quelle società, il dolore non era semplicemente “tollerato”: era accolto come parte integrante dell’essere umano, come esperienza che insegnava a cercare soluzioni, a innovare, a ripensarsi e a crescere. Il dolore fisico, psicologico o spirituale serviva a temperare il carattere, a costruire senso di comunità (quando la sofferenza si condivideva) e a sviluppare strumenti culturali di supporto reciproco.
La società moderna, invece, si trova all’altro estremo di questo spettro. In La società senza dolore, Byung-Chul Han descrive come la nostra epoca abbia letteralmente bandito la sofferenza dalle nostre vite: non la viviamo più come elemento costitutivo dell’esistenza, ma come evento da evitare, eliminare, minimizzare. Il dolore è percepito quasi esclusivamente in termini di rischio, fallimento o catastrofe, e non come esperienza potenzialmente significativa. Nel sistema valoriale contemporaneo, ciò che conta sono sensazioni positive, gratificazioni immediate, conferme e approvazioni continue. Il dolore viene associato unicamente a malattia, morte o perdita, e non c’è spazio per una valutazione più ampia, antropologica o filosofica della sua funzione.
Questa trasformazione culturale non riguarda solo discorsi astratti: si riflette nelle nostre scelte quotidiane, nei consumi e nelle pratiche mediche. L’uso massiccio di antidolorifici, antinfiammatori e anestetici, la ricerca continua di distrazioni e piaceri attraverso i media, la tecnologia o l’intrattenimento, sono espressioni di una cultura che non vuole più confrontarsi con la sofferenza. Nel campo della nascita, questo si traduce in una pressione sociale verso la cancellazione del dolore del parto, visto come qualcosa da annullare piuttosto che da attraversare e comprendere, con profonde implicazioni non solo fisiche, ma anche psicologiche, relazionali e culturali.
Il dolore del parto nel passato e nel presente: controllo o attraversamento?
Per secoli il dolore del parto è stato considerato parte integrante dell’esperienza del nascere. Non necessariamente idealizzato, ma riconosciuto come evento fisiologico e collettivo: le donne partorivano circondate da altre donne, in una dimensione comunitaria in cui il dolore non era un incidente, ma un passaggio. Era temuto, certo, ma non interpretato automaticamente come segnale di errore. Faceva parte della narrazione della maternità, della forza femminile, del limite attraversato.
Oggi lo scenario è radicalmente diverso. Il parto è diventato un evento altamente medicalizzato, inserito in protocolli, monitoraggi continui, standard di efficienza. Nel contesto culturale descritto da Byung-Chul Han, la sofferenza non è più una dimensione da comprendere, ma un problema da eliminare. Il dolore è incompatibile con l’imperativo della prestazione e del benessere continuo: va silenziato, sedato, neutralizzato.
Il dolore del parto diventa così una contraddizione insopportabile per la modernità. Non è patologico, non è una malattia, eppure è intenso, inevitabile, corporeo. La cultura contemporanea fatica ad accettare un dolore che non debba essere “curato”.
Si diffonde allora un messaggio implicito: se senti dolore, qualcosa non sta funzionando. Questo produce paura, sfiducia nel corpo e una crescente delega all’intervento medico, anche quando il processo è fisiologico. Il parto si trasforma da esperienza relazionale e trasformativa a problema individuale da risolvere. E in questa trasformazione si perde qualcosa di essenziale: il significato.
La funzione del dolore del parto: linguaggio biologico e soglia emotiva
Il dolore del parto, a differenza di molti altri dolori, ha una funzione precisa. A livello biologico, le contrazioni uterine non sono un malfunzionamento, ma il motore del processo: favoriscono la dilatazione del collo dell’utero, guidano la discesa del bambino e stimolano il rilascio di ossitocina ed endorfine, ormoni che regolano sia l’andamento del travaglio sia l’avvio del legame madre-figlio. È un dolore che orienta, informa, segnala l’avanzamento del parto. In questo senso è un linguaggio corporeo, non un errore del sistema.
Sul piano emotivo e simbolico, attraversare il dolore può rappresentare una soglia identitaria: non perché la sofferenza nobiliti automaticamente, ma perché l’esperienza intensa mobilita risorse profonde, costruisce memoria, consapevolezza e trasformazione. È qui che la riflessione di Han diventa provocatoria: eliminare ogni forma di dolore significa forse rinunciare anche alla possibilità di trasformazione che esso porta con sé.
Oggi esistono diversi metodi per ridurre o eliminare il dolore del parto (per esempio, analgesia epidurale, anestesia spinale, induzioni programmate, cesarei elettivi) strumenti preziosi quando indicati clinicamente e fondamentali per garantire sicurezza.
Tuttavia, ogni intervento ha implicazioni: l’epidurale può modificare la percezione corporea e talvolta l’andamento del travaglio; l’eccesso di medicalizzazione può aumentare la sensazione di passività e dipendenza decisionale. Il punto non è negare il diritto al sollievo, né idealizzare la sofferenza. È restituire complessità al fenomeno: riconoscere che non tutto il dolore è nemico e che il corpo non è una macchina da ottimizzare, ma un luogo di esperienza.
Ripensare il dolore del parto significa allora chiedersi che tipo di umanità vogliamo coltivare: una che anestetizza ogni limite o una che sa accompagnarlo, sostenerlo e dargli senso?
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