Molte delle mie pazienti mi chiedono “Cos’è la vulvodinia?”, un dolore cronico che possiamo sperimentare nella zona vulvare (i genitali esterni femminili, per intenderci) e può dipendere da numerosi fattori.
All’inizio potrebbe presentarsi con un senso di irritazione e bruciore, fino a diventare una vera e propria infiammazione, che comporta dolore anche durante i rapporti e la minzione, sensazione di avere degli spilli conficcati, oltre a disagio psicologico.
In poche lo sanno, ma si tratta di una condizione che interessa tantissime donne, che spesso non chiedono aiuto a causa della vergogna o persino della paura che si nasconda un problema grave da affrontare.
Come ostetrica specializzata nel trattamento del pavimento pelvico, il mio consiglio è sempre quello di non rimandare all’instaurarsi di un disagio fisico, in quanto il quadro clinico potrebbe peggiorare: se hai bruciori, irritazioni o dolore alla vulva, senza la presenza di lesioni visibili, non avere paura a chiedere supporto e consiglio, prenotando una visita al numero 3489181482 oppure scrivendo a roberta.ostetrica85@gmail.com.
In questo articolo ti spiegherò in cos’è la vulvodinia, quali sono i primi segnali che dovrebbero spingerti a sottoporti ad una visita più approfondita e come evitare disagi futuri.

Cos’è la vulvodinia e sintomi
La vulva è la parte esterna dell’apparato genitale femminile: include le grandi e piccole labbra, il clitoride, l’apertura vaginale e l’area vestibolare che conduce all’interno. È una zona delicata, ricchissima di terminazioni nervose e tessuti sensibili, pensata per proteggere e sostenere la salute intima.
La vulvodinia, invece, è una condizione dolorosa cronica che interessa la vulva, caratterizzata da un dolore persistente o ricorrente che non si può attribuire ad un’infezione, a lesioni o ad alterazioni visibili della pelle o dei tessuti. Si definisce tale dopo che il fastidio dura almeno tre mesi, e può assumere forme molto diverse da persona a persona.
I sintomi tipici della vulvodinia includono:
- Dolore, bruciore o irritazione nella zona vulvare, sensazioni spesso descritte come “pizzicori”, “scosse”, “lame” o “sensazioni di cotone ardente”.
- Fastidio o dolore al contatto, ad esempio durante i rapporti sessuali, durante l’inserimento di tamponi o durante una visita ginecologica; in molti casi anche indossare certi indumenti, restare sedute troppo a lungo o fare movimenti semplici può risultare doloroso.
- Sensibilità persistente o intermittente: il dolore può essere continuo, oppure manifestarsi a ondate in momenti particolari. Alcune donne lo avvertono in modo più intenso in certe fasi del ciclo, altre a seguito di stimoli esterni.
La vulvodinia può essere generalizzata, cioè coinvolgere l’intera vulva, oppure localizzata, ad esempio al vestibolo vaginale (vestibolodinia) o al clitoride. Spesso, nonostante il dolore persistente, la vulva appare perfettamente normale: nessun rossore, nessuna lesione visibile e questo rende più difficile il riconoscimento, aumentando la solitudine e il senso di incomprensione.
Chiariamolo: la vulvodinia non è un semplice fastidio transitorio, ma una condizione reale, spesso cronica, che può influire profondamente sulla qualità di vita, la sessualità e il benessere psicologico. Riconoscerla è il primo passo per chiedere ascolto, aiuto e un percorso di cura adeguato.
Perché viene la vulvodinia?
Secondo gli studi epidemiologici più recenti presenti su PubMed, la vulvodinia non è affatto una rarità: si stima che tra il 10% e il 16% delle donne soffrirà di dolore vulvare cronico in qualche momento della vita. Alcune ricerche suggeriscono che circa 6-8% delle donne in età fertile manifestino sintomi compatibili con vulvodinia in un dato momento. Il problema è che spesso resta sottodiagnosticato: molte donne soffrono in silenzio, convinte che “quel dolore” sia normale o passeggero.
Le cause non sono univoche: la vulvodinia è multifattoriale, cioè frutto della combinazione di diversi elementi che insieme possono scatenare sintomi. Tra i fattori più frequentemente segnalati troviamo: alterazioni nella sensibilità dei nervi vulvari, infiammazione cronica legata a infezioni vaginali o vescicali recidivanti, alterazioni del pavimento pelvico, sia per tensione muscolare che per lassità, e, in alcuni casi, predisposizione genetica a reazioni infiammatorie.
Anche abitudini quotidiane apparentemente innocue possono contribuire al rischio: secondo uno studio pubblicato su Boston University – School of Public Health, indossare pantaloni molto stretti o jeans aderenti più volte a settimana aumenta di circa il doppio la probabilità di sviluppare vulvodinia. Allo stesso modo, la depilazione frequente nella zona pubica, con microlesioni ripetute, può favorire infiammazione e dolori.
Ci sono poi eventi che fanno da “trigger”, come traumi pelvici, interventi chirurgici, parti con episiotomia o lacerazioni, o alterazioni ormonali (come in menopausa) che modificano l’elasticità e la sensibilità della vulva.
Come puoi vedere, la vulvodinia non nasce dal nulla, ma quasi sempre da una combinazione di fattori, alcuni individuali, altri legati allo stile di vita. Conoscerli è il primo passo per prevenirla o intervenire in modo adeguato. Se senti dei fastidi, non ignorarli: parlarne con una professionista può fare davvero la differenza.
Come si cura la vulvodinia?
Solo in tempi relativamente recenti la vulvodinia è stata riconosciuta come patologia a tutti gli effetti: sono aumentati studi, consapevolezza e linee guida che invitano a non ignorare il dolore vulvare cronico. Purtroppo rimane spesso sottovalutata o fraintesa, specie se i sintomi sono generici, così molte donne convivono con il disagio per anni senza una diagnosi reale. Per questo è fondamentale non rimandare: rivolgersi ad un professionista esperto, come un’ostetrica specializzata, può aiutarti a migliorare la qualità di vita.
La diagnosi si basa su un’approfondita valutazione clinica ed esclusione di altre cause: viene effettuato un esame obiettivo della vulva, test mirati (per esempio lo swab test), e si indaga la storia personale e ginecologica della donna. Solo dopo aver escluso infezioni, dermatiti o patologie organiche si può ipotizzare vulvodinia.
Per la cura, è oggi ampiamente accettato un approccio multidisciplinare, perché la vulvodinia ha origini spesso complesse, ovvero muscolari, neurologiche, psichiche. Riabilitazione del pavimento pelvico, fisioterapia specifica, biofeedback, massaggi pelvici, tecniche di rilassamento muscolare sono alla base del trattamento conservativo.
Spesso vengono affiancati trattamenti farmacologici, con creme anestetiche, a volte antidepressivi a basso dosaggio, terapie locali, soprattutto quando il dolore è intenso. Se necessario, può essere utile anche il supporto psicoterapeutico o sessuologico, per elaborare l’impatto emotivo e favorire un rapporto sereno con il proprio corpo.
La paziente ha un ruolo attivo nell’imparare a conoscere il proprio corpo, riconoscere i segnali, adottare abiti e detergenti non irritanti, rispettare i tempi del recupero, e dedicarsi con costanza agli esercizi. Con il giusto percorso, di solito graduale e personalizzato, molti sintomi si attenuano significativamente, e si può ritrovare comfort, fiducia e benessere intimo.
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